Zoo: Animali in gabbia o in carriera?

Treviso – Giornate Internazionali di Studio sul Paesaggio, Relatori della sessione pomeridiana del 15 Febbraio 2018:

– Christina May, Storica d’Arte, Free Lance e Docente in diverse istituzioni educative in Germania. Dal 2018 presso il Museo d’Arte di Ahrenshoop

– Jean Estebanez, Docente di Geografia all’Università Paris-Est Crèteil, i suoi studi riguardano le relazioni tra uomini ed animali negli Zoo, nelle città e nelle attività lavorative dell’uomo.

– Federico Silvestre, Professore di Estetica e Storia dell’Arte all’Università di Santiago de Compostela e Codirettore della collana “Paysage y Teoria” delle Edizioni Biblioteca Nueva.

La libertà è un concetto antropocentrico. Agli animali non interessa lo spazio che hanno a disposizione, ma la qualità della vita. l progettisti di zoo affrontano da sempre il complicato compito di progettare paesaggi per almeno due tipi di utenti: un ambiente funzionale per animali selvatici in cattività che soddisfi le esigenze e garantisca la sicurezza dei visitatori: divertimento, relax e istruzione a contatto con la natura. A partire dagli anni ‘50 le preoccupazioni pubbliche sulle condizioni di vita degli animali hanno portato gli zoo a progettare i propri spazi affinché gli animali siano mantenuti sani, vivaci e riproduttivi in luoghi che dovrebbero essere vissuti come surrogati della natura. In quegli anni l’artista e giardiniere Kurt Bràgger è stato capace di progettare per lo zoo di Basilea un giardino zoologico autosufficiente e naturale, che creava un atmosfera coinvolgente e stimolante per osservare le dinamiche naturali del luogo, ed allo zoo di Zurigo, i recinti per gli animali sono stati disegnati da Heini Hediger dopo aver studiato il comportamento animale. Negli anni 70 il Woodland Park Zoo di Seattle ha adottato il concetto spaziale basato sul comportamento e lo hanno combinato non solo con l’idea fenomenologica del design dello spazio di Bràgger, ma anche con l’obiettivo della creazione di un ambiente selvaggio e coinvolgente.

Rimane il fatto che lo zoo è un luogo dove gli animali vengono messi in scena dagli umani. Potremmo descriverlo come una serie di elementi che rendono concreto un potenziale, inscrivendolo materialmente in un luogo ben preciso. Paragoniamolo ad un teatro. Potreste immaginarvelo come un luogo di potere che rispecchia l’asimmetria delle posizione tra umani e animali. Ma cosa fanno gli animali dello zoo: lavorano? Perchè se il lavoro non si traducesse in una produzione materiale ma in una performance che il pubblico viene chiamato ad osservare, la partecipazione di alcuni animali non dipenderebbe solo dalle proprie caratteristiche comportamentali, ma da competenze acquisite durante una vera e propria formazione: una carriera che metterebbe in evidenza agli occhi dell’uomo capacità ed abilità animali che l’uomo non potrà mai raggiungere. La professionalizzazione distinguerebbe allora gli animali da lavoro, specialisti dello spettacolo zoologico, da altri animali della stessa specie, non addestrati, che non sarebbero in grado di svolgere gli stessi compiti. Il paesaggio zoologico appari cosi non come un oggetto inerte, ma come il prodotto di pratiche umane e animali, strutturate all’interno di un dispositivo specifico in cui i rapporti di potere appaiono più complessi di quelli del semplice dominio assoluto.

Dopotutto, che ci fa un alveare su una bella scultura in un parco urbano? E che dire di alcuni ragni che vivono in una galleria d’arte in una delle città più sofisticate del mondo?

Ciò che sembra sia messo in discussione è la lunghissima tradizione filosofica che afferma: quando gli animali vengono separati dai loro habitat inevitabilmente soccombono perché solo la ‘loro vita “stordita” e l’istinto gli permettono di rispondere alle sfide specifiche. Al contrario, quando gli uomini liberi fanno appello alla loro essenza, non hanno bisogno del loro habitat o di paesaggi specifici per affrontare situazioni diverse. Ma in che misura questa tradizione ha senso se anche la distinzione classica tra finzione e realtà diventa priva di significato quando il nostro mondo si vuole opporre a quello animale?

Esistono società in cui uno zoo non può essere nemmeno concepito. Phillippe Descolà, antropologo francese, sostiene che le nostre culture siano simili dal punto di vista strutturale ma spesso differenti dal punto di vista mentale: per alcuni popoli non esiste un elemento di discontinuità tra l’uomo e gli animali, ed in alcuni casi nemmeno con le piante. Chi metterebbe mai in gabbia un proprio parente?

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