Piante magiche, segreti arcani

Stefania Malavasi è stata professoressa di Riforma e Controriforma all’Universita degli Studi di Padova, ha studiato i movimenti eretici ed i fenomeni di stregoneria ma solo negli ultimi 3 anni ha cominciato a soffermarsi sugli usi ed i costumi legati all’universo delle piante. Il suo libro è nato proprio come una pianta: spontaneamente, imbattendosi una dopo l’altra nelle informazioni approfondite di cui aveva bisogno man mano che la ricerca si faceva più articolata.

Tutto comincia nella natura. L’esistenza dell’uomo è legata a doppio filo ad essa e lo testimoniano le innumerevoli fonti che ci raccontano di come le piante siano state sin dagli albori inserite nelle simbologie umane, differenti da civiltà in civiltà. Il vecchio testamento addirittura, attribuiva al regno vegetale poteri sovrannaturali e solo i 37 volumi di storia naturale scritti da Plinio il vecchio e la fitoterapia di Eduiscoride cominciarono a dare spiegazioni scientifiche alle “magie” vegetali. Alla fine del 300, intorno alle abbazzie ed ai ricoveri religiosi si diffondono gli hortus conclusus, luoghi dove vengono coltivate piante alimurgiche e terapeutiche. Cominciano a diffondersi i “libri dei segreti”, manuali di istruzioni su come utilizzare al meglio le proprietà vegetali, dalla produzione di saponi alle tinture per capelli, dalla cucina agli utilizzi propiziatori e magici. Nascono perciò leggende legate alla mandragora, una radice con influenze nella sfera sessuale e ricreativa dell’uomo ma che uccide chi la coglie da terra. La peonia, legata all’influsso della luna, si credeva che, tenuta al collo, curasse gli spasmi epilitteci; la borraggine era utilizzata in innumerevoli ricette perché lenitiva ed antidepressiva. I pistilli dello zafferano venivano usati per le loro capacità curative ed allo stesso tempo erano un potentissimo abortivo. Come il gambo di prezzemolo che veniva inserito nell’utero per la stessa ragione, con risultati grande efficacia. Insomma, le cosiddette streghe erano grandi conoscitrici di botanica ed erano viste con diffidenza perché potevano fare del bene come del male grazie a queste conoscenze, ma è certo che fino all’ottocento sarebbe stato normale entrare in una di quelle che oggi chiameremmo erboristeria per comprare corna di stambecco tritate o peli di cinghiale.

Con l’avvento della stampa, la nascita di Orti Botanici (il primo a Padova nel 1545) e la catalogazione delle specie negli erbari, questi libri ebbero un grande successo e tutti poterono, soprattutto a Venezia, dilettarsi con la coltivazione e le ricette vegetali. Grazie a queste sperimentazioni per esempio, Gabriele Falloppio (botanico, 1523-1562) scopre come curare la sifilide; c’è chi confeziona antidoti capaci di guarire da ogni male come la Teriaca, un unguento a base di carne di vipera ed oppio che aveva tra i suoi ingredienti circa sessanta elementi a cui oggi difficilmente si può risalire. Bisognava attendere dodici anni prima che l’antidoto fosse efficace, ma è certo che a Rialto la pozione fosse venduta fino agli anni quaranta del ventesimo secolo.

Il mondo dei segreti legati alle piante investe sin dalle origini la sfera mentale e fisica degli individui. La scienza fa passi da giganti e continua a darci grandi risposte sulla cosiddetta “magia” vegetale ma le nostre orecchie ancora non riescono a sentire. Riusciremo a vincere la paura di ascoltare delle verità “scomode” per il nostro ego?

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