L’Acqua ci dice chi siamo (e le piante lo sanno)

Nel week-end passato si è svolto nella suggestiva cornice naturale dove è situato Villaggio Arcadia (Saludecio, RN), il workshop sulla conoscenza dell’acqua e le molteplici forme che essa può assumere quando gestita e sfruttata al meglio. Da molte regioni italiane sono arrivati studenti di Agraria ed Architettura, responsabili di Aziende Agricole ed Associazioni che avevano interesse a capire come utilizzare al meglio le proprie risorse idriche, ma anche curiosi e professionisti che spaziano dall’ingegneria all’alimentazione. Tutti ospiti di Giulia e Lucio, promotori del progetto e delle attività presso il giovane villaggio eco-sostenibile.

Obiettivo dei tre giorni è stato progettare in conseguenza dell’osservazione sul campo e della propria percezione del luogo, guidata dall’esperienza della biologa e permacultrice Saviana Parodi Delfino. Al motto “i problemi da risolvere sono le soluzioni da trovare” nei tre giorni abbiamo studiato la morfologia della proprietà per decidere dove collocare un impianto di fitodepurazione per i due edifici in ristrutturazione e previsto un intervento di risoluzione per gli smottamenti del terreno che causano frane frequenti sul versante Est. Prima però, abbiamo approfondito i temi dell’elemento alla base della Vita.

L’acqua ha da sempre avuto una funzione connettiva e di memoria su scala Universale: si crede sia arrivata sul nostro Pianeta a causa della caduta di meteoriti all’inizio della formazione della Terra; in particolare di comete, composte prevalentemente da ghiaccio. Grazie alla sua struttura cellulare, essa è in grado di creare stampi perfetti tra gli elementi (che da 4 miliardi di anni sono sempre gli stessi), tramandando informazioni con un linguaggio strettamente connesso alla vita. Noi umani siamo fatti d’acqua per il 75%: dentro di noi ci sono già tutte le conoscenze necessarie per tramandare l’esistenza.

Voglio farvi notare una nostra mancanza strutturale di conoscenza: durante il nostro percorso scolastico impariamo che le fasi dell’acqua sono tre: solida, liquida e gassosa. Nessuno ci ha mai raccontato dell’esistenza della Quarta Fase: l’acqua in forma capillare (Exclusion Zone).

Proviamo allora a capire di cosa si tratta. Se l’acqua in forma liquida raggiunge la massima densità a 4 gradi, in Quarta Fase è molto più densa, occupa circa la metà del volume rispetto allo stato liquido ed è quindi molto più difficile che evapori. È un acqua che ha assorbito energia universale ed è capace di regalare fertilità perché restituisce agli organismi terrestri le informazioni che contiene (la pioggia e le sorgenti sono altri esempi di acqua carica di energia in grado di suggerire alla vita cosa fare). L’acqua in Quarta Fase è invisibile ai nostri occhi perché è quella che cercano le radici (le piante sono in grado di interpretare questo “linguaggio”), occupa il sottosuolo e si estende “capillarmente” nei terreni ben strutturati sfruttando canali di animaletti ed altri varchi.

Come possiamo comportarci in base a queste nuove consapevolezze? Quando decidiamo di abbattere un bosco per fare una strada, eliminiamo la possibilità all’acqua di poter capillarizzare nel terreno: obbligandola a rimanere allo stato liquido senza prevedere come raccoglierl a o dove indirizzarla, creiamo le condizioni per frane o allagamenti. Perchè al giorno d’oggi è ancora difficile pensare di prevedere un tetto vegetato che utilizzi l’acqua piovana per la propria sopravvivenza, rendendo il recupero dell’acqua piovana meno affannoso? L’acqua ha bisogno di energia e conosce infinite vie per essere catturata ed immagazzinata senza essere dispersa: nelle umide foreste tropicali viene assorbita per condensa, come fanno i cactus nei deserti. Eppure nell’antichità anche l’uomo si è distinto per ingegno e capacità progettuale: la fortuna della storia del mediterraneo è passata dalle coltivazioni a terrazzamenti, condensatori naturali per trasformare estati secche ed inverni rigidi in una risorsa anziché in un problema.

Una società che non indaga sulle informazioni contenute nell’acqua è quindi difficile che abbia consapevolezza di come si tramanda la vita, e la sfida da vincere per il nostro futuro è quindi quella di imparare a comprendere il micro osservando il macro. A partire da noi stessi.

Tutto è in movimento, ma è quasi sempre troppo veloce o troppo lento per la percezione umana.

 

Proviamo a percepire il respiro del nostro pianeta con un metro spazio-temporale adeguato e ci potremo rendere conto di come la vita trova sempre il modo per Essere, indipendentemente dal nostro agire.

Che ne dite, usiamo l’acqua per ricordarci chi siamo?

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